Visione del mondo

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Durante una notte equatoriale torrida e umida del 2007 quello che mi teneva sveglio nella comoda poltrona dell’aereo era la netta e insolita sensazione che qualcosa nella mia visione del mondo era cambiata.

Con il volo Air Angola delle 22.30 ero partito da Luanda per tornare al mio ufficio al Chiswick Business Park di Londra il mattino dopo.

La multinazionale del petrolio che mi aveva chiesto di formare alcuni managers di un progetto offshore al largo della costa occidentale africana era la stessa per la quale passavo circa sei mesi l’anno in Kuwait presso l’Hilton Resort di Kuwait City.

Il lavoro era sempre lo stesso: conoscere tutti i livelli aziendali di un progetto che raccoglieva migliaia di persone di 10-20 paesi diversi, culture diverse, ingegneri, ragionieri, esperti di risorse umane, operai, supervisori etc etc e fare in modo che lavorassero tutti insieme nel modo più efficiente possibile.

Quel mese ero passato nel giro di pochi giorni, dall’apice della ricchezza e dell’opulenza reperibile sul pianeta, alla miseria più nera e abbietta che si possa immaginare.

L’immagine dei bambini seminudi che giocavano tra i rifiuti del porto di Luanda si sovrapponeva a quella delle decine di Bentleys e Ferrari nel garage di uno sceicco saudita con cui avevo cenato tre sere prima.

Eppure le conversazioni che avevo avuto con gli operai cingalesi a 54 gradi all’ombra nel mezzo del deserto kuwaitiano non erano tanto diverse da quelle avute con il Senior Manager texano nel suo ufficio climatizzato a Luanda. Quello che motivava il caposquadra angolano a far bene il suo lavoro non era poi tanto diverso da quello che ispirava l’ingegnere inglese a passare un’ora in più di fronte al suo computer. Quando poi parlavamo delle nostre vite private, delle nostre famiglie, delle nostre terre, dei nostri vissuti, di quello che ci dava speranza o ci faceva paura… era come se differenze di reddito, di lingua, di cultura sparissero.

In poche parole, la vita emotiva di tutte quelle persone sembrava essere quasi completamente indipendente dalle circostanze in cui si trovavano e addirittura dal tipo di lavoro o attività che stavano svolgendo.

Ognuno di noi vive all’interno di una rete continua di significati, speranze, idee, progetti, affetti ed emozioni.

Chiudendo gli occhi mentre trovavo il sonno dentro la mia poltrona, pensavo che quando li avrei riaperti il mondo sotto di me sarebbe stato sempre lo stesso, la realtà non sarebbe cambiata di una virgola, l’Africa, il Kuwait…Londra…tutto uguale.

La mia mente però era diversa: avevo visto con i miei occhi, avevo sentito e avevo provato in prima persona che quello che rende un uomo più felice di un altro non sono né i soldi, né il clima, né il luogo in cui vive e neanche il lavoro che fa. 

Avevo capito che un uomo si gioca tutta la partita della propria esistenza all’interno della sua mente…e il resto è solo un contorno.

La vita sembrava improvvisamente più semplice da gestire: avrei continuato a lavorare, a viaggiare, a gestire progetti, numeri, cose e persone… sapendo però che alla fine come mi sentivo e chi sarei stato dipendeva solo dalla conversazione nella mia testa.

A me non piace volare… però su quell’aereo mi sentivo stranamente felice.

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